Prima la legna, poi la scintilla. A cosa serve una federazione di triathlon?

Simone Bortolotti al ritrovo di una gara: riflessioni su a cosa serve una federazione di triathlon

Ho appena finito la parte pratica del corso di secondo livello della Federazione Italiana Triathlon (FITRI). Mi aspetta ancora una settimana di lezioni teoriche online, poi l’esame a dicembre. Ma alcune domande mi sono rimaste addosso, e voglio provare a metterle in fila.

La federazione cerca atleti di livello per il progetto olimpico, e chiede anche a noi tecnici idee per trovarli. È un’ambizione giusta. Ma prima di parlare di come trovare un campione, credo valga la pena fare un passo indietro e chiedersi una cosa più semplice: a cosa serve, davvero, una federazione?

Le due anime di una federazione di triathlon

Una federazione sportiva ha due anime. La prima è la promozione: far conoscere lo sport, diffonderne la pratica, coordinare l’attività di chi lo fa per passione e di chi lo fa per competere. La seconda è l’alto livello: la nazionale, le medaglie, il progetto olimpico.

In mezzo ci sono le funzioni concrete: scrivere le regole, formare tecnici e giudici, affiliare le società, rappresentare il Paese nel mondo.

C’è poi un passaggio del codice etico della FITRI che trovo bellissimo. Richiama i valori morali e sociali dello sport, “quale momento di formazione dell’individuo e di aggregazione comunitaria”. Quindi lo sport come strumento sociale non è un’idea romantica di qualche allenatore di provincia. È scritto nei principi della federazione stessa.

Se il ruolo è chiaro, le scelte diventano una conseguenza. E le due anime non sono in competizione: una sostiene l’altra. Ma allora la domanda è: oggi stiamo dando lo stesso peso a entrambe?

L’uovo o la gallina

Nasce prima il campione o la base? È la solita diatriba. C’è chi dice che serve il fenomeno, perché poi i ragazzi arrivano per emulazione. L’esempio di Sinner nel tennis è sotto gli occhi di tutti o quello dell’atletica con Jacobs.

C’è però un dettaglio che spesso dimentichiamo. Quando Sinner è esploso, il tennis italiano aveva già migliaia di circoli e maestri sparsi in tutto il Paese. Il ragazzino che voleva diventare come lui ha trovato un campo e un istruttore vicino a casa. Se non nel tuo paese in quello vicino poteva iscriversi al corso di tennis e iniziare.

La lezione del tennis

Lo dico per esperienza personale. Tempo fa ho frequentato il corso di preparatore atletico della Federazione Italiana Tennis, e ricordo ancora il livello altissimo di quella formazione. Erano tempi non sospetti: Sinner e gli altri azzurri che oggi dominano il circuito internazionale non c’erano ancora. I risultati non erano ancora arrivati, ma c’era già una federazione che investiva seriamente sui suoi tecnici. È solo una coincidenza?

C’è un altro dettaglio di quel corso che non ho dimenticato: per accedervi era obbligatoria la laurea in Scienze Motorie (o il vecchio diploma ISEF). E lo è ancora oggi: secondo il regolamento della Federazione Italiana Tennis e Padel, la qualifica di preparatore fisico di primo grado la ottiene il tesserato diplomato ISEF o laureato in Scienze Motorie, oppure lo studente già iscritto a quel percorso. Non solo: nelle scuole tennis riconosciute dalla federazione il preparatore fisico deve essere per forza un diplomato ISEF o un laureato in Scienze Motorie.

E da qui nasce la mia provocazione. Secondo me anche nel triathlon il ruolo di preparatore atletico dovrebbe essere aperto solo ai laureati in Scienze Motorie. Allenare il corpo di un giovane atleta richiede basi scientifiche solide, e non può essere improvvisato.

Altro discorso è il direttore sportivo. Il preparatore atletico si occupa della preparazione: programma, pianifica, costruisce negli anni la crescita fisica dei ragazzi. Il direttore sportivo gestisce la squadra: l’organizzazione, la logistica, le trasferte, magari anche la tattica di gara. Sono due mestieri diversi, entrambi preziosi, e per il secondo corsi federali dedicati sono la strada giusta. Ruoli diversi, percorsi di formazione diversi. Oggi nel triathlon li stiamo distinguendo abbastanza?

Il campione accende la scintilla. Ma la legna deve esserci già.

E allora provo a immaginare: se domani un italiano vincesse l’oro olimpico nel triathlon, dove andrebbe il ragazzino entusiasta che lo ha visto in TV? Quante società sono pronte ad accoglierlo? Con quali tecnici?

Se il campione non c’è ancora

Oggi qualche segnale positivo c’è, ma non abbiamo ancora un fenomeno capace di trascinare un intero movimento. E allora, per logica, la strada è una sola: preparare le basi.

Secondo me le basi sono quattro.

Le società, che sono il primo luogo dove un ragazzo incontra il triathlon.

I giovani, tanti. Il talento è prima di tutto una questione statistica: più ragazzi provano, più è probabile che tra loro ci sia quello speciale.

I tecnici, formati ad altissimo livello. Un talento nelle mani sbagliate si brucia o si perde.

E le risorse, perché tutto questo costa. Qui arriva la domanda scomoda: da dove arrivano i soldi?

Chi paga, davvero

Sono andato a guardare il bilancio 2023 della federazione. Le entrate stanno su due gambe. Da una parte circa 1,9 milioni di contributi pubblici. Dall’altra circa 1,4 milioni dal movimento stesso: circa 820.000 euro di tesseramenti, 270.000 di affiliazioni, 125.000 tra tasse gara e multe, 160.000 di iscrizioni ai corsi. Gli sponsor pesano poco, circa 114.000 euro.

La federazione sottolinea con orgoglio di dipendere poco dai contributi di Sport e Salute, meno del 40%. Ma quella capacità di trovare risorse da sola ha un volto preciso: in larga parte sono gli amatori, gli age group, che si tesserano e si iscrivono alle gare.

Eppure l’amatore si sente spesso l’ultima ruota del carro. Paga, ma raramente è al centro dei pensieri di chi decide.

Intanto il marchio Ironman è diventato una moda, e le persone pagano cifre importanti per esserci. Cosa vende davvero, oltre a una gara? E perché non riusciamo a dare lo stesso fascino a uno sprint o a un olimpico?

Se le gare age group diventassero più belle e desiderabili, crescerebbero i numeri. E con i numeri, le risorse da reinvestire in tecnici e giovani. Troppo semplice? Forse. Ma qualcuno ci ha mai provato davvero?

Cosa fanno gli altri

La Francia oggi è tra le potenze mondiali del triathlon. Nel 2026 conta circa 75.000 tesserati, più del doppio rispetto al 2010, distribuiti in oltre 1.000 club. I giovani sono più di 17.000, quasi uno su quattro, e ci sono 289 scuole di triathlon.

C’è un dato che mi ha colpito più di tutti: nel 2025 hanno rilasciato quasi 246.000 licenze “esperienza”, tesserini giornalieri da 4 euro per chi vuole provare una gara, anche per bambini dai 6 anni. Ogni persona che prova è un potenziale nuovo tesserato. E sopra questa base c’è un campionato a squadre spettacolare, dove i giovani corrono accanto ad atleti di livello mondiale.

La Gran Bretagna ha una piramide chiarissima: club aperti a tutti, poi percorsi regionali per scoprire il triathlon e divertirsi, solo dopo le accademie selettive.

Modelli diversi, stesso principio. Prima la base larga e l’ingresso facile, poi la selezione.

Il nodo del nuoto

Durante il corso si è parlato di una strada precisa: entrare nelle società di nuoto e proporre il triathlon ai ragazzi di seconda fascia, quelli che in vasca non diventeranno campioni ma hanno già una buona base. L’idea ha senso. Ma genera una paura comprensibile: le società di nuoto temono che qualcuno venga a rubargli i tesserati.

Per chi non conosce questo mondo, c’è un dato tecnico da tenere a mente: è molto difficile diventare un nuotatore abile se si inizia dopo l’adolescenza. In acqua serve partire presto e restarci tanto tempo. Questo porta a due considerazioni.

La prima: chi si avvicina al triathlon da ragazzo dovrebbe dare molta enfasi al nuoto nei primi anni. È la frazione che più di tutte va costruita per tempo.

La seconda: non possiamo proporre allenamenti estenuanti a chi inizia a 15, 16 o 17 anni. È proprio l’età in cui l’abbandono sportivo è altissimo, e secondo me è proprio lì che il triathlon potrebbe inserirsi. Non come uno sport che porta via ragazzi al nuoto, ma come una nuova possibilità per chi, altrimenti, smetterebbe del tutto.

Serve però un percorso di avvicinamento serio, almeno di un anno, che parta con un impegno sostenibile e cresca gradualmente, solo se il ragazzo lo desidera. E se, invece di vederci come concorrenti, società di nuoto e di triathlon provassero a costruirlo insieme? Un ragazzo che resta nello sport non è un tesserato perso: è una vittoria per tutti.

La bici: il bambino non è un piccolo adulto

C’è poi la questione della bicicletta. Le linee guida federali prevedono la mountain bike, con copertoni tacchettati, per tutte le categorie dai 6 ai 13 anni, dai Minicuccioli ai Ragazzi. Eppure, nella pratica, quelle mountain bike finiscono spesso su strada, su percorsi incredibilmente facili. Il motivo? Molti ragazzi non sanno guidare la bici.

Ci penso e mi sembra incredibile. Va benissimo usare la mountain bike, anzi. Ma allora usiamola per quello che è: lo strumento perfetto per imparare la tecnica proprio quando si è piccoli. Salti, ostacoli, curve, frenate improvvisate. Sarebbe tutto più semplice, più sicuro nel lungo periodo e soprattutto molto più divertente.

Invece, troppo spesso, siamo già lì a fargli fare le ripetute. Li cresciamo come piccoli adulti, con tabelle e cronometro, prima ancora che abbiano imparato a stare in equilibrio su una ruota.

E la cosa curiosa è che la federazione lo sa benissimo. Le sue stesse linee guida dicono che per i più piccoli la gara deve essere un’occasione di esperienze divertenti e formative, non di prestazione. Il principio è scritto. Il problema è la distanza tra quello che scriviamo e quello che succede sul campo.

Ma il bambino non è un piccolo adulto. Ha bisogno di giocare, sperimentare, cadere e rialzarsi. La capacità di guidare una bici si costruisce da ragazzini, giocando; la fatica e i numeri possono aspettare. Stiamo insegnando ai nostri ragazzi ad andare in bicicletta, o solo ad andare forte?

Un esperimento mentale

Immaginate di entrare in una classe di ragazzi tra i 16 e i 18 anni e proporre: “Per tre mesi ci alleniamo insieme, impariamo a nuotare, pedalare e correre come triatleti. Poi andiamo tutti a fare una gara al mare, magari a Ibiza.”

Quante mani si alzerebbero? Io credo tantissime. Ne sono sicuro e anzi penso che in futuro sarò io, ad entrare in quelle classi, già mi immagino.

Forse il problema non è che i ragazzi non vogliono fare triathlon. Forse è come glielo raccontiamo. Gli proponiamo uno sport o un’esperienza? Una tabella o un’avventura?

Non è solo una fantasia. È lo stesso principio su cui ho costruito From Zero To Tri, il progetto che porto avanti con la mia società: un percorso di sei mesi che accompagna persone che partono da zero fino al traguardo di una gara di triathlon cross, ogni anno in un posto diverso. La prima edizione era a Malta, quest’anno andremo in Belgio, ed è già la quinta. Ogni anno arrivano nuovi iscritti, e la maggior parte di loro, prima, il triathlon non l’aveva mai nemmeno preso in considerazione. Non li abbiamo convinti con una tabella. Li abbiamo convinti con un obiettivo, un gruppo e un’avventura da vivere insieme.

Che sport vogliamo costruire?

Tutti conosciamo, in qualche sport, l’allenatore leggendario e durissimo, che tira fuori uno o due campioni. Si racconta la sua gloria e si tace di tutti i ragazzi che si sono rotti o hanno mollato lungo la strada.

Quel modello affascina. Ma è quello che vogliamo? Un imbuto che sacrifica cento ragazzi per trovarne uno? O un sistema in cui il talento emerge da una base sana, e anche chi non diventerà mai professionista ne esce come una persona migliore?

Il triathlon come progetto sociale

Io alleno un gruppo di ragazzi due volte a settimana. In questo caso si parla di ciclisti, non di triathleti ma il ragionamento è identico. Non so se tra loro ci sia un futuro olimpionico. So che crescono, si divertono, imparano ad ascoltarsi e a conoscere tecnica e fatica.

E allora giro a voi la domanda che mi faccio: se tra dieci anni nessuno di loro fosse diventato professionista, ma tutti facessero ancora sport e stessero bene, sarebbe un fallimento o un successo?

Forse la medaglia non è il punto di partenza, ma una conseguenza. Forse, prima di cercare il campione, dovremmo chiederci se stiamo costruendo il posto dove un campione possa nascere e prosperare.

Le domande che restano aperte

  • Qual è, oggi, il ruolo che vogliamo dare alla nostra federazione?
  • Stiamo dando lo stesso peso alla promozione e all’alto livello?
  • Se domani arrivasse il nostro Sinner, saremmo pronti ad accogliere chi vorrà seguirlo?
  • Come possiamo trattare gli age group da protagonisti, e non solo da finanziatori?
  • Chi forma, e chi tutela, i tecnici di base?

Non ho le risposte. Ma credo che farsi queste domande insieme sia il primo passo. Voi cosa ne pensate?

Fonti: bilancio consuntivo FITRI 2023, codice etico FITRI, linee guida attività giovanile FITRI 2026, regolamenti FITP, dati FFTRI 2026, British Triathlon.

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