Gavardo, dicembre 2012.
Tutto è cominciato 14 anni fa. Ripeto: quattordici anni.
Dissi a Franco che era arrivato il momento di rimettersi in forma e che ci avrei pensato io. Suonò come una sfida e lui prese la palla al balzo, era arrivato il momento.
Ci facemmo una promessa. Non scritta, non dichiarata. Forse nemmeno del tutto consapevole.
All’epoca non avevo un piano per lui, né tantomeno immaginavo dove ci avrebbe portato quel percorso. Avevo semplicemente in mente una direzione.
Negli anni sono arrivati gli obiettivi, uno dopo l’altro: mezze maratone, maratone, ultramaratone. Li abbiamo affrontati ridendo, soffrendo e, a volte, fingendo di essere gli atleti che probabilmente non siamo mai stati. Ma avevamo motivazione, energia e voglia di provarci. La prima sfida fu quella di partecipare al Magraid, una corsa di 100 km in parte svoltasi nel letto di un fiume, con condizioni spesso simili ai deserti africani.
Un Ironman? No, quello non era nei miei piani. E nemmeno nei suoi.
Non ancora.
Nel frattempo sono passati gli anni. Sono cambiate molte cose, ci sono stati momenti soddisfacenti e altri meno. Le nostre vite hanno preso strade diverse, incrociandosi a tratti. Non binari paralleli, ma percorsi pieni di curve, capaci di incontrarsi ancora.
E quando succede, si sta sempre molto bene.
Poi è arrivato il momento di un nuovo obiettivo. Nel 2023 nasce From Zero To tri (www.fromzerototri.it) il mio progetto per portare le persone a fare il loro primo triathlon. Franco ne fu colpito ma l’idea di imparare a nuotare e superare l’ansia delle acque libere inizialmente lo bloccò. Da lì un idea poco ovvia e scontata…perchè non prepariamo l’ironman? Due tipi di persone potrebbero avere un’idea così intelligente: un malato mentale oppure una persona abituata ad affrontare sfide più grandi di lui. Ecco, Franco è uno della seconda categoria.
Cervia, 19 settembre 2026
Franco ha concluso il suo primo Ironman in 12 ore e 3 minuti.
Questi sono i numeri della sua gara:
- Nuoto: 3,8 km in mare in 1h27′, a un passo medio di 2’19” ogni 100 metri.
- Bici: 180 km con 891 metri di dislivello in 5h48′, a 30,9 km/h di media, con 152 watt medi e una cadenza di 78 rpm.
- Corsa: 42,195 km in 4h32′, a un passo medio di 6’27” al chilometro.
Sono numeri ma sono soltanto la punta dell’iceberg.
Il vero Ironman non è stato il 19 settembre
Franco il suo Ironman lo ha costruito negli anni precedenti. Quel giorno ha semplicemente utilizzato tutte le risorse immagazzinate nel tempo, prima come ciclista, in età giovanile e poi come amatore, in tutte le sfide che abbiamo affrontato insieme in questi ultimi anni.
Quello che non si vede da questi numeri ma che io conosco cercherò di raccontarlo in questo articolo
Le paure, prima di tutto. Quella più grande era legata all’acqua. O meglio, alla paura di annegare.
Due anni prima Franco non sapeva nuotare.
Non sapeva nuotare.
Prova a fermarti un momento su questo dettaglio. Una persona che ha paura dell’acqua, che non sa nuotare, e che decide di prepararsi per una gara che prevede quasi quattro chilometri in mare, con altre migliaia di persone che ti passano sotto e sopra, meduse in faccia e possibili correnti che ti impediscono di andare dritto, tutto questo prima di salire in bicicletta per 180 km e correre una maratona.
Il risultato è ciò che tutti possono vedere. Le ore di allenamento, l’impegno, l’affidarsi a professionisti e fidarsi di loro e il tempo finale.
Ma c’è un altro mondo, molto meno visibile.
Ci sono i dubbi, i pensieri, le paure. I cambi di programma, gli incastri tra lavoro e famiglia, i limiti fisici da gestire. Le giornate in cui allenarsi è semplice e quelle in cui anche trovare il tempo sembra un’impresa.
E poi ci sono le decisioni che nessuno vede. Quelle che, ripetute nel tempo, fanno la differenza.
Non ti racconterò tutto quello che c’è sotto. Alcune cose appartengono a Franco e soltanto a lui.
Ma quella parte esiste. E spesso è proprio lì che si nasconde il peso maggiore di un percorso come questo.
Perché ognuno di noi ha una parte sommersa. Ed è possibile che sia proprio da lì, da ciò che non mostriamo agli altri, che nascano le motivazioni più profonde. Parlo dell’inconscio ma anche delle cose non dette, dei segreti. Le motivazioni intime, quelle che ti spingono anche quando non hai voglia o che ti fanno vibrare le interiora quando hai un pensiero stimolante ecco queste motivazioni non sempre riusciamo a spiegarle, tantomeno a noi stessi. Possiamo solo sentirle. Le avvertiamo attraverso segnali fisici come le palpitazioni, la pelle d’oca, l’aumento del respiro…l’inconscio ci parla attraverso questi segnali e sta alla nostra parte razionale decidere se assecondarli o meno.
Sono queste motivazioni che ci spingono a fare ciò che facciamo, anche quando sarebbe più facile lasciar perdere.
Otto ore e quattordici minuti a settimana
Negli ultimi sei mesi Franco si è allenato, in media, 8 ore e 14 minuti a settimana.
Questo è ciò che ha fatto davvero.
Tanto? Poco?
Per un Ironman, rispetto al volume di allenamento di molti atleti, può sembrare poco. Ci sono persone che dedicano a questa preparazione molte più ore, per lunghi periodi.
Ma il punto non è questo.
Per Franco, quel volume rappresentava il massimo compatibile con la sua vita, i suoi impegni e le risorse che aveva a disposizione. E su quel tavolo ha messo tutto ciò che poteva.
Anche il suo peso non era quello ideale per una gara del genere. Era il peso che aveva quel giorno. Il corpo con cui si è presentato sulla linea di partenza, insieme a tutto ciò che aveva costruito nei mesi precedenti.
Non esiste un atleta ideale. Esiste una persona reale, con le proprie caratteristiche, i propri limiti e le proprie possibilità.
Il lavoro di un coach, almeno per come lo intendo io, è anche questo: costruire un percorso efficace dentro la realtà della persona, non dentro un modello ideale che forse non potrà mai raggiungere.
Ero sicuro che Franco avrebbe concluso la gara. Non immaginavo che sarebbe andata così bene, lo ammetto.
La sua gestione è stata perfetta. Ha saputo ascoltare le proprie sensazioni, leggere i numeri e prendere le decisioni giuste. Ha gestito lo sforzo con intelligenza e ha trovato le risorse per arrivare fino in fondo.
Poi c’è stato il cuore.
Quello che lo ha fatto piangere all’arrivo, nei giorni successivi. E che, probabilmente, ogni tanto lo fa ancora.
Perché certe emozioni non finiscono quando tagli il traguardo. A volte cominciano proprio lì, quando finalmente riesci a capire che cosa hai fatto e quanto ti è costato arrivarci. Tanto, poco, sicuramente ti è costato il 100% di quello che sei riuscito a dare.
Sposta il tuo limite
Il mio motto è Sposta il tuo limite.
Per anni è stata una frase. Un’idea in cui credevo e che cercavo di trasmettere alle persone con cui lavoravo.
Franco l’ha fatta sua.
Oggi, per lui, non è più soltanto uno slogan. È diventata un modo di agire: una sequenza di scelte, spesso piccole, ripetute nel tempo. Anche quando non c’è voglia, quando la motivazione vacilla o quando la strada sembra più lunga del previsto.
Spostare il proprio limite non significa necessariamente fare qualcosa di straordinario. Non significa diventare un Ironman, correre un’ultramaratona o raggiungere un risultato che gli altri considerano eccezionale.
Significa partire da dove sei, capire dove vuoi andare e trovare il modo di lavorare in quella direzione, un passo alla volta.
Il limite non si sposta in un giorno. Si sposta attraverso ciò che scegli di fare nei giorni che lo precedono.
E adesso?
Si prosegue.
Perché quando raggiungi un obiettivo, se la direzione è quella giusta, spesso non hai voglia di cambiare rotta.
Il Frank ha imparato molto, dal punto di vista tecnico e mentale. E oggi ha ancora più voglia di lavorare, di mettersi alla prova e di dedicare tempo al proprio corpo e alla propria testa.
Il suo primo Ironman è finito. Il percorso, invece, continua.
E tu?
Qual è il tuo Ironman?
Non necessariamente una gara. Potrebbe essere un obiettivo che rimandi da anni, una paura che vorresti affrontare, un cambiamento che senti di dover fare ma per il quale non hai ancora trovato la direzione.
Non serve avere già tutte le risposte. A volte basta cominciare a capire da dove partire.
Se vuoi, raccontamelo nei commenti.
E se ti interessa capire come si costruisce un obiettivo partendo da ciò che non si vede — dalle paure, dalle motivazioni e dalle scelte quotidiane — iscriviti alla newsletter.
Perché i risultati si vedono ma è il percorso, spesso, a fare la differenza.


Una risposta
quale è il tuo ironman?